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La confessione di una ninfomane

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Ero seduta nel confessionale, avvolta dal pesante odore dell’incenso e del legno vecchio. La chiesa era vuota, e soltanto l’eco dei miei passi rimbalzava contro le pareti di pietra. Non era la prima volta che venivo lì, ma quella volta sentivo che sarebbe stato diverso. Il prete dall’altra parte della grata taceva, aspettando le mie parole. Io invece… io tremavo. Non per i rimorsi, ma per l’eccitazione. Le mie cosce si stringevano sotto la gonna nera, mentre sotto la camicetta i capezzoli si erano induriti, sfregando contro il pizzo del reggiseno.

«Padre, mi confesso dei miei peccati…»

– cominciai piano, ma la mia voce tremava non per la vergogna. Nella mia mente vorticavano immagini: le mani di uomini sconosciuti sulla mia pelle, il loro respiro sul collo, i loro corpi duri che si spingevano dentro di me senza pietà. Ero una ninfomane. Lo sapevo da anni. La fame di desiderio mi bruciava da dentro come un inferno eterno che non volevo spegnere.

Ricordo la prima volta in cui lo capii. Avevo diciotto anni, mi ero appena diplomata. Erano le vacanze in una cittadina sul lago. Lo incontrai: un vicino più grande di me, sposato, che alloggiava nella casetta accanto. Aveva mani ruvide come carta vetrata, e occhi che mi divoravano con lo sguardo. Ero seduta sul pontile, con i piedi nell’acqua, quando lui si avvicinò con una birra in mano. «Fa caldo oggi, eh?» borbottò. Annuii, sentendo il mio bikini inumidirsi non solo a causa del lago.

Non erano passati quindici minuti che eravamo già nella sua casetta. La porta si richiuse alle nostre spalle e lui mi gettò sul letto come una bambola di pezza. La sua bocca era ovunque: sui miei seni, mentre mordeva i capezzoli attraverso il tessuto umido, sul ventre, scendendo più in basso. Mi divaricò le cosce, come se ne avesse il diritto. Gemetti quando la sua lingua sfiorò il clitoride: umida, insistente, succhiante come un lupo affamato. I miei fianchi si sollevarono da soli, implorando di più. Mi infilò le dita, due, poi tre, allargandomi, colmando il vuoto che bruciava da dentro.

«Sei così stretta, ragazzina»

– ringhiava, mentre io mi contorcevo sotto di lui, conficcandogli le unghie nella schiena. Quando finalmente entrò dentro di me, duro e grosso, sentii un’esplosione. Spingeva forte, senza delicatezza, e io urlavo, implorando che continuasse. L’orgasmo arrivò a ondate: il primo, il secondo, il terzo, finché le lacrime mi rigarono le guance. Non volevo che finisse. Volevo che durasse per sempre.

Ma quello era solo l’inizio. Il giorno dopo venne il suo amico, che aveva portato con sé. Poi il ragazzo della spiaggia, con i tatuaggi sulle braccia e un piercing sul labbro. E poi… poi smisi di contare. Ogni tocco, ogni pene che si spingeva dentro di me, ogni gemito nel mio orecchio: tutto era carburante per il mio fuoco. Di notte mi masturbavo, ricordando i loro sapori, i loro odori. Al mattino mi svegliavo bagnata, pronta per averne ancora.

Nel confessionale sospirai profondamente. Il prete si mosse a disagio: sentivo il suo respiro, accelerato. «Raccontami tutto, figlia mia» disse piano. Sorrisi nel buio. Sapeva cosa mi stava succedendo? Sentiva il desiderio che la mia confessione risvegliava in lui?

«Padre, ho peccato con il corpo… molte volte. Con uomini che conoscevo appena. In luoghi in cui non avrei dovuto…» sussurrai, mentre la mia mano scivolava sotto la gonna, sfiorando il pizzo umido delle mutandine. Le dita percorrevano il clitoride turgido, descrivendo lentamente dei cerchi. Gli avrei raccontato tutto. I dettagli. Ogni spinta, ogni orgasmo. E poi… poi avremmo visto cosa avrebbe fatto con la mia confessione.

La fame cresceva. Questa era soltanto l’inizio della mia storia.

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